Sensazioni di un bambino Sordo

Quali sentimenti pervadono un bambino sordo in tenera età? Cosa prova un bambino sordo nei confronti dei suoi genitori udenti?

Cercheremo di comprendere quali sono i sentimenti dei bambini sordi che crescono in famiglie i cui genitori/componenti sono udenti e si ritrovano a relazionarsi con un mondo a loro sconosciuto. Riporteremo la testimonianza dell’attrice sorda francese Emmanuelle Laborit, testimonianza riportata nel suo libro:“Il grido del Gabbiano”.

Grido del gabbianoPag.33 “Personalmente avevo voglia di dire tante cose ma c’era quel muro, così io ero triste. Vedevo mio padre triste e la mamma pure… e avrei voluto che i miei genitori sorridessero… avrei voluto regalare loro la felicità. Ma non sapevo come fare. Mi dicevo: ‘Che cos’ho io? Perchè sono tristi per colpa mia?’ Non avevo ancora capito che ero sorda. Solo che ero diversa.”

Comprendere lo stato d’animo del proprio bambino sordo in tenera età è estremamente importante.

Numerose ricerche affermano che nel grembo materno (già dal 4° mese di gravidanza) un bambino udente è in grado di percepire la voce dei genitori e dell’ambiente che lo circonda. Tale percezione lo aiuta a relazionarsi con il mondo circostante una volta venuto al mondo. Nel bambino sordo manca questo primo contatto relazionale con i genitori.

Un bambino molto piccolo non è in grado di gestire da solo le proprie emozioni ed è proprio compito dei genitori aiutarlo a comprendere le sensazioni che prova tramite la comunicazione verbale. Ad esempio, quando un bambino piange, il genitore gli spiega che è triste oppure se lancia un oggetto che è arrabbiato e così via. Questo non accade nel caso del bambino sordo. Non riuscendo a sentire la voce rassicurante dei propri genitori, il piccolo rimane in uno stato di confusione emotiva.

La stessa Emmanuelle Laborit nel suo libro, parlando delle emozioni che provava da piccolissima, afferma: Pag.15“Ho lanciato grida… Non perchè avessi fame o sete, o paura, o male ma perchè cominciavo a voler “parlare”, perchè volevo udirmi e i suoni non mi giungevano. Vibravo. Sapevo di gridare, ma le grida non significavano nulla per mia madre e mio padre. Erano, dicevano, grida acute di uccelli marini, come un gabbiano che plani sull’oceano…Quanto a me, dovevo gridare per tentare di cogliere la differenza tra il silenzio e il mio grido.”

Da questo traspare la necessità di tutti i bambini di riuscire a comunicare con il mondo esterno.

Pag.28 “Pensavo… al mio bisogno di comunicare a tutti i costi. A quella sensazione di essere rinchiusa dietro un’enorme porta, che non potevo aprire per farmi capire dagli altri. E tiravo mia madre per la manica ….per chiedere di fare pipì, indicavo il gabinetto, per mangiare, indicavo quel che volevo mangiare e mi portavo la mano alla bocca.”

La mancata percezione e comprensione delle parole pronunciate dai genitori, ci aiutano a comprendere la necessità del bambino sordo di stabilire un legame relazionale, “un modo di comunicare istintivo…’ombelicale’”con i propri genitori in particolare con la madre.

Fin dall’inizio questi devono imparare a creare un propria forma di comunicazione con il loro bambino sordo attraverso l’utilizzo di indicatori visivi come l’espressione del volto, la postura e l’utilizzo dei gesti.

Questo presuppone tanta cura e attenzione in quanto, se non si riesce a stabilire questa intesa tra genitore e figlio, in molti casi, si vengono a creare nel bambino incomprensioni e stati di sofferenza emotiva. Pag.48“Ho intuito la situazione del comportamento [di mio padre]…quanto a me, voglio fargli intendere un’altra situazione… Piango a calde lacrime. C’è stato un malinteso. Non ci siamo capiti”.

Nel momento in cui tra genitore e figlio si instaura una prima forma di comunicazione visiva, il bambino sordo comincia a sentirsi libero di esprimersi. A poco a poco, questo gli permette di costruire una lingua dentro di sé, la sua lingua. Pag.23“Mia madre non mi impediva di esprimermi a gesti…avevamo segni tutti nostri, inventati di sana pianta.”

Con il passare del tempo, il bambino riuscirà ad esternare sempre meglio i propri sentimenti attraverso il suo nuovo modo di ‘parlare’ (la lingua dei segni). Emmanuelle definisce in questo modo il suo sentirsi libero di comunicare:

Pag.10,11“Il segno, questa danza delle parole nello spazio, è la mia sensibilità, la mia poesia, il mio io intimo, il mio stile vero…. la lingua dei segni è la nostra prima lingua, la nostra, quella che ci consente di essere esseri umani “comunicanti”…al fine di accedere alla vita.”

Ma cosa accade nel momento in cui il bambino sordo si ritrova ad essere circondato da persone udenti che comunicano tra loro?

Molti bambini sordi riconoscono che quando ci si riunisce con altri famigliari e amici udenti, l’attenzione di cui loro necessitano da parte dei genitori viene a mancare.

Il bambino sordo si ritrova ad essere solo e ad annoiarsi mentre gli altri parlano. Anche lui desidera essere partecipe della conversazione, ma ne risulta impossibilitato e questo accentua la sua consapevolezza di essere ‘diverso’. Per questo si sente scoraggiato e infelice…

Pag.29“Molte persone muovevano molte labbra. Mi annoiavo…era difficile quando c’ era gente: la comunicazione [con i miei genitori]si interrompeva. Ero sola sul mio pianeta e volevo che [mia mamma] ci tornasse. Era il mio unico contatto con il mondo…”

Pag.72″Sono spesso solitaria, mi annoio, in un mondo che parla attorno a me. A volte, mi irrita non capire. Mi sembra che gli altri non facciano molti sforzi per comunicare, a parte i miei genitori…”

Il bambino sordo, per poter comunicare con altri, necessita di un personale contatto visivo…

Pag.49,50 “Come fanno a capirsi [gli udenti] quando si danno le spalle? È [difficile] per me rendermi conto che è possibile instaurare un dialogo senza guardarsi in faccia. Io riesco a capire solo guardando in faccia la gente. Riesco a chiamare qualcuno soltanto tirandolo per un lembo del vestito… Guardami, mostrami il tuo viso, i tuoi occhi, in modo che capisca. VEDERE. Se non vedo, sono perduta. Ho bisogno dell’espressione dello sguardo, dei movimenti della bocca.”

Quali emozioni prova un bambino sordo nel momento in cui viene a contatto per la prima volta con adulti segnanti che utilizzano una forma di comunicazione visiva, la lingua dei segni? Emmanuelle racconta:

Pag.60 “Quei segni [con cui i due uomini comunicano tra loro] non significano nulla per me, sono sorprendenti, rapidi, complicati… guardo i due uomini a bocca aperta. Mani, dita in movimento, il corpo pure e l’espressione dei volti. È bello è affascinante…. la cosa che ho compreso immediatamente, invece è che non ero sola al mondo…”

Molti bambini sordi che sono circondati da persone udenti, comprendono di essere diversi, ma questa diversità crea in loro un senso di solitudine. Questa viene a mancare nel momento in cui il bambino sordo scopre che la sua diversità non è unica al mondo…

Pag.60 “Io che mi credevo unica e destinata a morire bambina… ho scoperto che avevo la possibilità di un futuro…

Quella logica crudele dura fintanto che i bambini sordi non hanno conosciuto un adulto sordo. Hanno bisogno di questa identificazione con l’adulto”.

Cosa significa trovare la propria ‘identificazione con l’adulto’? Perchè questo è necessario?

Qui ha un ruolo essenziale la lingua dei segni, in particolare la sua componente primordiale: il ‘segno’ (accompagnato dall’immagine). Il segno diventa la porta tramite la quale la parola vocale entra nella mente del bambino sordo, in essa viene elaborata e acquista un significato reale per lui. Questo favorisce la sua comprensione, la sua crescita e quindi la formazione della sua identità.

Parlando del suo primo approccio con la lingua dei segni, Emmanuelle mette in evidenza un aspetto molto importante:

Pag 62 “I primi giorni apprendo le parole della vita quotidiana, poi i nomi delle persone. Lui è Alfredo, io Emmanuelle. Un segno per lui, un segno per me. Emmanuelle: ‘il sole che si sprigiona dal cuore.’ Emmanuelle per gli udenti, il sole che si sprigiona dal cuore per i sordi. È la prima volta che vengo a sapere che si può dare un nome alle persone…. capivo finalmente di avere un’identità. Io: Emmanuelle.”

‘Il sole che si sprigiona dal cuore’ diventa il suo nome, il segno-nome che la identifica e la fa sentire protagonista della sua vita. Emmanuelle è il nome con cui le persone udenti la chiamano, ma di cui lei non conosce la pronuncia e quindi non le è mai appartenuto.

Grazie all’utilizzo del segno che le appartiene, ‘il sole che si sprigiona dal cuore‘ (per i sordi) o ‘Emmanuelle‘ (per gli udenti), ora comprende davvero cosa significa avere un nome proprio, una propria identità.

La stessa Emmanuelle rivolge questo accorato appello:

Pag.61 “Occorre convincere tutti i genitori di bambini sordi a metterli in contatto al più presto possibile con adulti sordi, fin dalla nascita. È necessario che i due mondi si mescolino, quello del rumore e quello del silenzio. Lo sviluppo psicologico del bambino avverrà più rapidamente e assai meglio. Si costruirà, libero dall’angosciante solitudine che deriva dalla convinzione di essere solo al mondo, senza un pensiero elaborato e senza un futuro. ”

  1. Grazie di avermi segnalato questo libro, io sono un padre udente con un figlio sordo e uno dei problemi che ci siamo posti con mia moglie è come insegnare a lui a raccontarsi, a dirci come si sente, a descriverci il suo stato d’animo. Quanto scritto in precendenza conferma quanto da noi pensato inizialmente e poi messo in pratica riguardo all’utilizzo della LIS come via di comunicazione di istruzione. grazie per i vostri consigli

  2. il libro e un po’ vecchiotto ,io lo letto nel1993 quando abbiamo saputo della sordita’ di nostro figlio.NOi siamo udenti,e stato un mattone in testa, ora mio figlio ha 21 anni e un ragazzo spendido,si e diplomato ragioniere non con poche difficolta’ ma c’e’ la fatta.dimenticavo ha fatto l’impianto cocleare,e ora ci ringrazia.NOi ringraziamo i dottori di treviso un abbraccio.